
Madre
i tuoi figli
li sputa il tuo ventre
e il mondo te l’ ingoia
mentre
ancora cerchi
di bimbi
gli echi
di gioia
nelle vuote stanze
tra nembi
di distanze
e nascondigli
di paure ladre.
(Tosca Pagliari – aprile 2016)


Madre
i tuoi figli
li sputa il tuo ventre
e il mondo te l’ ingoia
mentre
ancora cerchi
di bimbi
gli echi
di gioia
nelle vuote stanze
tra nembi
di distanze
e nascondigli
di paure ladre.
(Tosca Pagliari – aprile 2016)

Tonfi di pietre
inghiottite dal mare
vocii di bimbi
che le lanciano in gare.
Il gabbiano sorvola
controlla
stride
imitando
l’infanzia che ride.
Il blu
è padrone del mondo
blu sconfinato
oltre il cielo
oltre il profondo
oltre il respiro
oltre il pensiero.
Mattinata in blu
da non dimenticare più.
(Tosca Pagliari – marzo 2016)

OVER BABEL
perché noi parleremo molte lingue
e in molte lingue ci intenderemo.
Nessuna torre mai più crollerà
la nostra nuova torre il cielo toccherà
e poi ancora più su.
Perché noi parleremo molte lingue
e se ogni lingua porta pensieri alla mente
e sentimenti al cuore
noi avremo più pensieri e più sentimenti
OVER BABEL
perché noi parleremo molte lingue
e di tutte le parole di tutte lingue
ne faremo ricchezza d’idee
per trovare le soluzioni
alle cose sbagliate
per inventare
una storia nuova
la giusta storia dell’umanità.
OVER BABEL
perché noi parleremo molte lingue
e molte lingue
non saranno più un suono indistinto
ma musica, soltanto musica
un coro universale
un’armonia di pace.
(Tosca Pagliari – febbraio 2016)
OVER BABEL
Because we will talk many languages
and we will understand each other in many languages.
No tower will ever fall down again
Our new tower will touch the sky
And then it will go even further.
Because we will talk many languages
And every language will bring thoughts to the mind
And feelings to the heart
We will have more thoughts and feelings
OVER BABEL
Because we will talk many languages
And for every language
we will grow rich of ideas
to find solutions
for the wrong things
to make up a new story
the right History of humanity.
OVER BABEL
Because we will talk many languages
And many languages
Will not be an indistinct sound
But music, only music
An universal choir
Of harmony and peace.
(Tosca Pagliari – February 2016)

Ogni bambino e bambina ha un papà
proprio ognuno ce l’ha.
Ci sono papà ogni giorno accanto
ci sono papà che mancano tanto
ci sono papà vicini e papà lontani
papà che scaldano le mani
papà che scaldano i pensieri
papà che guidano per lunghi sentieri
papà che accompagnano per pochi passi
papà che guardano da una stella lassù
un bambino o una bambina che gioca quaggiù.
Ci sono papà per nascere
e papà per crescere
ci sono papà che insegnano
papà che comprendono, papà che aiutano
papà che perdonano
papà che danno
tutto quel che hanno.
In mille modi ci sono i papà
ogni bambino e bambina ce l’ha
e per sempre lo terrà.
Ogni bambino e bambina ce l’ha nel cuore
ce l’ha nei tratti del proprio viso
nel colore della propria pelle
nell’ esperienze che ha condiviso
nei sogni delle notti più belle
nella felicità di un sorriso
perché un papà
ogni bambino e bambina ce l’ha
e in qualche modo per sempre lo terrà.
(Tosca Pagliari – marzo 2016)

Il grido alla nascita
è uno schianto
un’energia cosmica
e rimane
ti segue
ti appartiene
sospeso
su di te
in ogni istante
per ricaricarti
per proteggerti
per innalzarti
tutte le volte
che respiri
la collera
e la paura
tutte le volte
che sei viva
e vuoi restarlo
al di là
di tutte
le angosce
e lo spavento
di quel tuo stesso grido.
(Tosca Pagliari -marzo 2016)

Ognuno nasce dotato di ali
e può riuscire a volare
oltre il pianto
la pena di vivere
la precarietà
del tempo
che va.
Sono ali
tessute di nulla
sono ali pronte a tutto.
Le devi solo riconoscere
e comprendere per quale volo
sono state confezionate e poi donate.
Donate a te, a me, a tutti
sicchè vivere è pena
e gioia e speranza
di ognuno.
Io ebbi ali
prima di carta
e d’inchiostro, poi
di tasti e battiti sempre
più lievi, più fluidi, più lontani.
Io ebbi ali di gabbiano e di farfalla
d’aquila e di gufo e di colibrì
ali grandi, ali minuscole
ali di giorno, ali di notte,
ma ali leggere.
Ali di parole
ali lievi e variopinte
per volare oltre la pena
oltre lo schianto della paura
oltre l’abisso della solitudine
oltre il baratro dell’incomprensione.
Io ebbi ali per sorvolare sul pianto
ed atterrarre sul sorriso
ebbi ali per scrivere
e scelsi a volte
l’ironia.
(Tosca Pagliari- marzo 2016)

Oggi 29 febbraio: un giorno in più da sfruttare al meglio.
Beh, non lo so se sarà il meglio, ma mi voglio cimentare in qualcosa di nuovo. Scriverò per la prima volta la recensione di un film. Di recensioni di libri ne ho scritte diverse, ma di film mai. Ebbene scelgo il più recente che ho visto: “Perfetti sconosciuti”.
A visione conclusa ho realizzato che dal punto di vista commerciale è un film senz’altro ben congegnato: economia di produzione e molto richiamo d’incasso. Pochi e bravi attori, una casa come location, quasi come stare a teatro. Ma la bravura degli attori e la tessitura della trama fanno sì che neanche te ne accorgi di una scenografia limitata, l’inquietante retroscena della vita privata dei protagosti assorbe lo spettatore in maniera intensa ed esilerante.
Di risate me ne sono fatte tante, proprio tante, di quelle che lasciano le lacrime agli occhi, le mascelle contratte e in bocca un retrogusto un po’acido d’una salsa in agrodolce pensando che magari sono cose che succedono davvero, molto più di quel che s’immagini.
Il telefono cellulare è l’attore principale, è ciò che viene definito in una battuta “la scatola nera della nostra vita”. Lo definirei pure la “cartina di tornasole dei falsi perbenismi”.
Nessuno in sostanza è un’anima candida, nessun rapporto di coppia ha come base reciproca fedeltà e comprensione, ma è tutto un giocare d’intrallazzo in famiglia e tra gli amici. La morale comune si dissolve in moralismi di facciata. Tra tutte le coppie che sono “scoppiate” in sordina, l’omossessualità quasi si rivela come l’ultima onesta normalità, anche se smaschera pur sempre una forte intolleranza.
E finchè, nel susseguirsi degli eventi pareva che i protagonisti riuscissero a svelare, mediante il gioco della famigerata “scatola nera”, gli anfratti reconditi del loro essere con relative tragicomiche conseguenze, fin qui pareva ancora di respirare. Pareva ci fosse un riscatto, una voglia di mettere le cose in chiaro a qualunque costo. Poi invece il finale sorprende poichè rivela che era tutto frutto dell’immaginazione, i giochi loschi continuavano di soppiatto insieme ai baci ed ai sorrisi ipocriti, nulla di chiarificatorio c’era mai stato. Permane la filosofia del “fare finta per quieto vivere”, o peggio ancora si ha l’impressione che sia l’unica filosofia possibile per evitare la catastrofe, per poter sopravvivere in qualche modo.
Ecco, è stato allora, mentre mi alzavo per andare via, mentre scostavo le tende della sala da proiezione ancora buia e mi abbagliava la luce della sala d’ingresso, con la folla che faceva ressa per uscire da una parte più quella per entrare dall’altra parte,è stato proprio allora che mi è venuta una sorta di mal di mare. O forse una sorta di perdita di ricognizione, quel senso di vuoto e di vertigine che assale nel trovarsi di fronte a qualcosa abituati a vederla in una proporzione e poi riscoprirsela di fronte in un’altra. Poche volte avevo sperimentato questa sensazione in vita mia;da ragazza ciò mi succedeva quando le opere d’arte, troppo a lungo osservate in piccole immagini sui libri o sulle cartoline, poi me le ritrovavo davanti in tutta la loro gigantesca forma. Oppure quando all’incontrario avevo visto bellezze architettoniche nelle loro reali misure e poi le avevo incontrate miniaturizzate in qualche parco d’attrazione turistica. Ora, in questo caso, l’essere vissuta con l’idea d’una misura di una morale e rivedermi il tutto ridimensionato, mi ha fatto girare la testa.
Poi prima di addormentarmi,mi sono chiesta: “Ma dove stiamo andando?” “Ma che stiamo andando a fare?”
Stranamente il logorio della domanda non mi ha tolto il sonno, anzi sono crollata di colpo verso la salvezza dell’oblio.
Adesso sono qui che scrivo, che ho scritto, che non so neanche se ho spiegato bene quel che volevo dire e mi accorgo che tutto sta nel titolo del film. “Perfetti sconosciuti” non sono solo le persone tra di loro, anche le più intime, perfetti sconosciuti sono tutti gli scenari futuri delle relazioni umane dove ognuno forse, mi auguro tanto di sbagliarmi, sarà una monade, un essere compiuto in se stesso e gli altri saranno solo ornamenti o giocattoli del proprio vivere.
La specie umana si è evoluta nei millenni via via che sono avvenuti cambiamenti nell’ambiente circostante. Si era arrivati alla grande svolta dell’homo sapiens sapiens, ma il cammino è andato avanti e ora siamo all’homo “tecnologicus” (mah!), che può fare largo uso della tecnologia anche per rinunciare al concetto di pathos e vedere tutto come qualcosa di banalmente e freddamente ludico.
Ma se un videogioco ti concede tante vite per poter riprovare e rimediare, la vita vera è una soltanto scandita dalla semplice quotidianità. O pensano di potersene inventare altre ancora di scorta? Chissà magari c’è già pronta qualche” app” da scaricare!
Tutti i miei sensi non mi servirebbero a nulla, tutta la mia vita sarebbe un buco nero, tutte le mie paure, i miei rimpianti, le mie gioie, le mie conquiste sarebbero aria. 
Dopo i miei figli carne, o forse prima o forse contemporaneamente, ho le mie irrinunciabili figlie parole.
E senza parole sarebbe stato il nulla.
Sì, all’inizio fu il verbo.
E poi fu il leggere e ancor più lo scrivere, che superò la parola voce. La superò e la fece più intensa, più profonda, più segreta, più misteriosa, ma anche molto più chiara, resistente ed efficacie.
Senza la scrittura io non sarei vissuta il tempo che ho vissuto. Non ce l’avrei fatta a stare al mondo. Forse solo la musica e la pittura possono eguagliare questa forza, magari anche la danza, fortunato chi possiede tutti quanti i doni. Ma io mi sento già felice ad averne uno solo.
Io ebbi quello della scrittura, ma non per farne bravura e fama, soltanto per poter attraversare la vita con un’inseparabile e comprensiva compagna.
E se un dono te lo danno non te lo danno mai per niente, te lo danno per premio o per consolazione. Io l’ebbi soltanto per essere salvata.
Io l’ebbi perchè i miei pensieri liquefatti s’addensassero in una forma e diventassero me in un’altra carne. Io l’ebbi soltanto per poter resistere nel tempo che mi sarà dato d’esistere.
Ora che la notte ingoia i rumori e serra la gente nei propri sonni, ora che tutto è solitudine e torpore io ancora ho le parole. Parole amiche notturne che giocano e capitombolano, che si rincorrono e s’acciuffano e si mescolano e si riordinano. E poi loro lo sanno che possono persino delirare ed evaporare poesia.
Buonanotte parole care, parole amiche, camminate con me fin oltre la soglia del sogno e svegliatemi domattina vestite di luce.
Tosca Pagliari

L’UOVO DI PASQUA CHE MI PIACE.
Ho aperto un uovo di cioccolato
ma la sorpresa che ho trovato
non mi ha proprio entusiasmato
sarà che di cose ne ho così tante
che alla fine diventano inutili tutte quante.
Ho aperto un uovo di gallina
e ho cotto solo una frittatina
sporcando pure la cucina.
Allora mi son detto:
“D’impegno mi metto!”
Così un uovo con la matita su carta disegno
e per fargli prendere vita
lo accarezzo con le mie dita.
Aspetto aspetto e spunta un pulcino
cresce un po’ e diventa un bambino.
Aspetto aspetto, ancora aspetto
e il bambino diventa un ometto.
Ora sì che ha tanto da dire
ma poi si accorge che ha anche da fare
da ripulire, da rimediare.
Di questo uovo son proprio contento
e mi preparo in un momento
a disegnarne con la matita
un altro ancora che prenda vita…
ma sul foglio traccia non resta
… forse era tutto nella mia testa?
Io non mi arrendo e la mia fantasia
voglio che vera sia.
Se ci penso ho compreso il messaggio
quello era l’uovo del mio coraggio:
proprio il coraggio di fare le cose
oltre che starle solo a pensare.
E prima ancora che aspetti che cresca
anche se tu non credi ch’io ci riesca
voglio fare un mondo speciale e diverso
un mondo non unico in questo universo.
Un mondo nuovo che viva in pace
con la natura e con le altre genti
un mondo di esseri buoni e intelligenti
… allora ne son certo davvero
anche se non ti sembrerà vero,
quest’uovo sarà il mio uovo di pace
l’unico uovo di Pasqua che mi piace.
Mi piace sì
mi piace tanto così!
(Tosca Pagliari – febbraio 2016 – aspettando la Pasqua)
Quest’anno la Pasqua arriva presto così mi sono messa in moto prima del previsto. A chi non lo ricorda sono sempre una scrilingante; così lasciando perdere tutta la parte “inga” che sta per casalinga (tant’è che ho ancora in giro un putiferio, pazienza farò dopo, ma sono più contenta così) ho messo in moto la “scri” che sta per scrivente e la parte “ante” che sta per insegnante. Il tutto nasce dal fatto che invece di stare a perder tempo cercando cose già viste e riviste, ho pensato di scrivere io qualcosa di adatto per i miei alunni di terza della scuola primaria ed è venuta fuori questa poesia.
Sperando che piaccia, nel frattempo mi sono divertita ad inventarla ed è questo il bello della mia parte “scri”.
( febbraio 2016 – aspettando la Pasqua TOSCA PAGLIARI – SCRILINGANTE)
(Va, ora che ci penso, anch’io, già da circa otto anni, avevo inventato una parola nuova. La mando all’Accademia della Crusca? Ahh ahh! Non mi uccidete!).

Se non è stato un male nascere
non potrà esserlo morire
eppure
sappiamo quando siamo nati
non ci è dato di sapere
quando e come moriremo.
Con questo mistero ci hanno fatto un dono
il grande dono dell’uguaglianza:
tutti mortali contemporaneamente.
Tutti effimeri
tutti soffi di vento.
A questo dono
ne è stato aggiunto un altro:
il paradosso dell’immortalità.
Tutti vivi
e forti
e indistruttibili
tutti vivi contemporaneamente
senza pensiero di scadenza.
Solo con tutti e due i doni
si può avere
un tempo per vivere
un tempo per morire
altrimenti
saremmo già tutti morti
da vivi.
Ci manca ancora il terzo dono
quello più importante:
la rivelazione del perchè.
Magari sarà
un dono a sorpresa
da scartare dopo
di nascosto
ognuno il suo
senza curiosi
a ficcanasare.
Sarà forse
nella profonda intimità
di un’altra dimensione
la più grande scoperta
dell’umanità?
(Tosca Pagliari- febbraio 2016)