Guardo il mondo e mi sento bambina. Ho occhi sbalorditi e tutto mi pare nuovo. Faccio fatica ad imparare e ogni giorno c’è qualcosa di diverso che salta fuori. Sembrerebbe uno stato di grazia, di ringiovanimento dello spirito invece è un continuo sbarramento del passo perchè c’è un ostacolo sempre nuovo da superare. Sono anziana, giovane anziana, pare un ossimoro invece è la nuova etichettatura dei vari stadi della vecchiaia.
Sono più che autosufficiente per fortuna e me la sbrigo ancora molto bene da sola. Eppure scorgo già l’intoppo, non nell’abbassarmi ad allacciare le scarpe, ma a premere un tasto su una novità tecnologica. Mi stanco, molto di più che a percorrere chilometri, a rincorrere l’avanzare della disumanizzazione di ogni interazione esistenziale. Temo che magari non sarò più in grado di badare a me stessa, non tanto in termini di autosufficienza nello svolgere i miei bisogni primari, ma nell’espletare una pratica burocratica, nell’accedere a un centralino, nell’avviare un reclamo, nel pagare una bolletta …
In un continuo bombardamento di applicazioni informatiche tutto si concentra in una App. Vuoi fare questo? Scarica l’ App! Vuoi fare quell’altro? Scarica l’App! Oppure bisogna accedere alle varie piattaforme con tutti i lascia passare o password che dir si vogliano da ricordare, da nascondere, da starci bene attenti più che agli ori di famiglia. E se non riesci in tutto ciò altro che giovane anziano, diventi immediatamente vecchio/a rimbambito/a. Ecco il guaio non saranno più la demenza senile o il sopraggiungere di handicap fisici a colpire, ma l’incompetenza tecnologica. Quindi se vuoi restare eternamente giovane devi stare al passo coi tempi. Dato che questi sono tempi tecnologici e non medioevali devi mantere pratica ed efficienza in merito.
Ora non voglio dire che il mondo sarebbe stato più bello senza tecnologia perchè sarebbe ipocrita ancor prima che utopistico dato che la tecnologia aiuta tanto. Forse aiuta anche troppo e spesso impigrisce persino la mente e il corpo, ma d’aiutare aiuta al punto che pensare di farne a meno sarebbe sconvolgente. Allora perchè mi lamento? No, non mi lamento, considero.
Considero che sono rimasta bambina alla continua scoperta del mondo, continuo a dover imparare per poter progredire e restare viva in questo mondo e non una rincitrullita. E neanche una “non esistente”: “Digito ergo sum” potrebbe essere il nuovo motto.
Considero che rischio di diventare ottusa nonostante anni di studio e rischio persino d’apparire demente se pur ancora non lo sia. O lo sono e non lo so?
E chi se lo immaginava che il mondo dovesse prendere questa piega? Oppure sì nell’incoscio dell’infanzia già c’era l’avvertimento, ma pareva magia. Lo scrissi una volta in un tema da scolaretta che avrei voluto una scatola magica capace di farmi parlare con tutta la gente del mondo in tutte le lingue del mondo. Una scatola prodigiosa capace di rispondere a tutte le domande che le facevo. Doveva essere una scatola colorata a forma di cubo o di parallelepipedo o persino cilindrinca, ma con tante luci. Una scatola che ascoltava le mie parole e mi faceva vedere tutto quello che chiedevo. Per essere perfetta doveva persino essere una scatola che produceva tutti i soldi che volevo tanto da non avere più bisogno d’altro. La maestra mi disse che ero molto originale e avevo molta fantasia. No, ne avevo troppo poca di fantasia perchè, come si dice, la realtà la supera sempre. Per quel che mi riguarda a parte i soldi che non ci sono riuscita a tirarli fuori dalla famosa scatola magica, che alla fine oggi è ultrapiatta e la chiamano computer ma anche in molti altri modi, tuttavia oggigiorno un mezzo di guadagno per molti lo è pure diventato.
E dopo tutto questo mio pensare concludo riflettendo anche sul fatto che se sto qui a scrivere su questo blog vuol dire che ancora ho qualche speranza di non rimbambire e di cavalcare la mia piccola onda in questo tempestoso mare fatto di codici binari.
Buonanotte e sogni d’oro finché non sarà tempo di programmare anche quelli prima di andare a dormire.
Eccomi, dopo un anno che non scrivevo su questo blog.
E’ stato un anno diverso, un anno speciale : il primo anno trascorso in pensione.
Come mi sono sentita?
Direi benissimo, non mi è mancata la scuola, neanche un po’.
E’ stato come allegerirsi di un peso. Del mio ideale di scuola non mi piaceva più nulla e non ho voglia di elencare i dettagli. Forse le cose non vanno più come devono andare nel mondo scolastico o forse sono io cheho fatto il mio tempo ed era ora che uscissi di scena.
C’è un tempo per tutto ed ora vivo questa dimensione.
Cos’è cambiato in me? L’essenziale è rimasto uguale: sono sempre io con le mie idee, la mia creatività, i miei pensieri, le mie apprensioni …
Di nuovo c’è che mi sento rinata, mi sento nuova, purificata oserei dire. Mi sento calma, in pace col mondo, è scemato ogni sentimento ostile anche se continuo a mantenere alta la guardia. Vivo, più che di giorno in giorno, di ora in ora. Non corro e non rincorro.
Negli ultimi tempi ero piena di insoddisfazione che si trasformava in un forte senso di intolleranza e di rabbia. Ero stanca ed esasperata. Ho fatto i salti mortali per mantenere un comportamento deontologicamente corretto e per fortuna ci sono riuscita. Ma dentro era un divampare di fuoco e fiamme. Ora che tutto si è spento dalle ceneri è nata erba novella.
Durante quest’anno ho fatto cose diverse dal solito e accantonato anche la scrittura. E’ stato quel che si dice un anno sabatico volato in un battibaleno.
Ora della scrittura ne risento il bisogno, è il mio “richiamo della foresta”.
Io stessa sono curiosa di capire cosa produrrò. Non so se completerò ciò che ho lasciato per aria o se cancellerò ogni incompiuto e ripartirò da zero.
Confido nell’ispirazione estiva: il caldo è la mia dimensione. Si vedrà. Intanto sono qui su questa nuova pagina.
Un affettuoso saltuto e un augurio di buona vita a chi avrà letto fin qui.
Il primo giorno di scuola, una bambina di nome Marta e un bambino di nome Piero erano seduti al primo banco e chiacchieravano tra di loro. Intanto coloravano la targhetta col proprio nome affiancata dall’immagine del supereroe preferito. La maestra gironzolava per la classe sorridendo, incoraggiando, aiutando, invitando al silenzio. Ad un certo punto, la maestra non richiamò più Marta e Piero perché aveva preso piacere a starli a sentire. Anche gli altri bambini dovevano aver preso piacere alla loro conversazione perché si erano tutti zittiti. Nell’aula si udivano solo le voci di Marta e Piero.
Marta aveva chiesto a Piero: “Ma chi sono veramente i supereroi?”.
Piero aveva risposto: “ Sono esseri dotati di poteri eccezionali, possono volare, hanno una forza straordinaria, possono diventare invisibili, possono trasformarsi, possono diventare di fuoco, possono…”
E fu così che Marta lo interruppe dicendo: “Certo che sarebbe proprio bello poter diventare anche noi dei supereroi! Io volerei dalla finestra e tornerei al mare”.
Piero continuò: “Io solleverei tutta la scuola e la porterei sulla spiaggia”.
Poi con un lungo e triste sospiro aggiunse: “Che peccato non essere nati supereroi”.
A questo punto la maestra si avvicinò e, con una voce molto entusiasta, disse:
“Non è così, siamo proprio tutti nati supereroi, tutti abbiamo dei grandi poteri”
Sentendo queste parole gli altri bambini smisero di colorare e sulle loro facce apparve un’espressione di grande sorpresa.
Intanto la maestra continuò a dire: “ Tutte le volte che aiutiamo qualcuno siamo un supereroe di bontà, tutte le volte che superiamo le nostre paure siamo un supereroe di coraggio, tutte le volte che doniamo qualcosa siamo un supereroe di generosità”
Infine concluse: “ E il supereroe più forte di tutti sapete chi è? È colui che rispetta e ama tutte le altre persone e tutti gli esseri viventi perché il super eroe più valoroso è il supereroe dell’amore. Perciò ognuno di noi può sviluppare questo meraviglioso superpotere per diventare invincibile” .
Vado per i sedici anni. La primavera fa il suo dovere. Sono vestita leggera: minigonna blu a pieghe, maglietta a righe bianche e blu, collant velati, scarpe bianche modello ballerina con cinghietta laterale e bottone. La civetteria è una lunga collana di perle di plastica, una coda di cavallo e un filo di lucidalabbra. La zia è sempre elegante e la sua valigetta sempre uguale. Si parte in auto. Si va in clinica. Il regalo di questo giorno di vacanza da scuola è poter assistere da spettatrice ad un parto. Da quanto tempo non faccio altro che chiederlo! Ora pare che sia il momento. Che emozione! La promessa è di stare calma e in disparte come se non ci fossi. Devo testare il mio sangue freddo che se voglio iscrivermi a medicina è bene che sappia presto a che vado incontro, altrimenti è meglio cambiare idea subito. Io ho curato cani e gatti messi malissimo dovrei aspirare a veterinaria invece che curare gli umani. Ma sono così giovane, ho tante idee, il mio domani è ancora un foglio bianco dove posso scrivere di tutto persino l’inimmaginabile.
Il parto è una lotta tra gioia e dolore, due corpi con un’unica missione: la vita. La natura è un congegno perfetto: carne che dà carne. Strilli, respiri ansimanti, vagito, concitazione di gioia. Il bambino esce come un fantoccio bianco e ciondolante poi col pianto si colora e si anima. Dalla fessura dilata e sanguinante del corpo di donna continua ad uscire la massa della placenta. Può una parte così intima spalancarsi a tal punto ed espellere un altro corpo? Mi sembra un prodigio. Resto tutto il tempo ferma e zitta come in posa nel mio abbigliamento tutto bianco e blu sovrastato da un camice troppo largo e lungo. La mascherina nasconde il mio sbalordimento e la mia gioia: sono una donna, sarò una madre.
Oggi festa della liberazione, libero la mia natura di sfida selvaggia e mascolina che reclama diritti paritari tra i sessi, che nutre la rabbia di non essere nata ragazzo per poter fare tutto quel che vorrebbe senza restrizioni di sorta, così festeggio. Oggi giornata della Liberazione della Patria è anche la liberazione del mio io femmineo. Festeggio la conquista d’accettarmi come sono. Mi amo femmina e donna e madre in divenire. Non è stata una punizione, ma un dono la mia femminilità. Tutto il resto verrà da sé. Un altro paio d’anni e cambierà il “Diritto di famiglia” (1975). Altri anni ancora, altre conquiste.
E si va avanti , avanti ancora verso la libertà di essere donna, verso la liberazione di stereotipi e pregiudizi. Donna libera in una patria libera.