Author: Tosca Pagliari

  • CIAO SCUOLA ( Per tornare a scuola attraverso gli occhi dei bambini)

     scuola-copia

    Ciao scuola,

    è stata lunga la tua estate da sola

    così tutta vuota

    e senza una parola?

    Stanca hai riposato col cuore nell’oscurità

    e la faccia al sole, ma dimmi in verità

     hai sognato la quieta fonte

    lassù in cima al monte

    o lo schiamazzo del lido affollato?

    E ora che t’hanno svegliata

    rinfrescata e adornata,

    con uno sbadiglio e un po’ d’agitazione

    hai spalancato

    occhi di finestre e bocca di portone.

    Ma dimmi  t’ha più scosso il trillo

      della campanella o il nostro festoso strillo?

    Che fame  che avevi se per colazione

    ordini subito la lezione

    e ci ingoi tutti quanti in un boccone!

    Ma dimmi  ti farai pancia di balena

    o grembo di mamma serena?

    Ciao scuola,

    ma ci hai guardati bene?

    Abbiamo zaini nuovi pieni di curiosità

    visi ambrati  di luce e felicità

    gambe più lunghe che hanno corso veloci

    riempiendoci d’allegra energia.

    Abbiamo ancora  negli occhi lucenti

    la meraviglia e la poesia

    dei posti nuovi dove siamo stati contenti

    e nelle orecchie le diverse voci

    dei nuovi  incontri, dei nuovi amici;

    abbiamo mani più grandi

     che hanno impastato

     sabbia di mare e accarezzato

    fili d’erba nei campi, gioiosità

    spensieratezza e libertà.

    Ciao scuola,

     ora come farai

    a chiederci la  penna rossa e la penna blu,

    il libro aperto, le parole sul foglio bianco

     lo spazio stretto del banco,

     tanta attenzione

    il controllo dell’agitazione

    il silenzio  e tutto quel che vuoi tu?

    Lo sai  scuola, tu che hai tanto ingegno,

    lo sai veramente

    che siamo ancora col cuore in vacanza?

    Lo sai scuola mia

    che ci vuole pazienza

     e un po’ di simpatia

    per tornare dal gioco all’impegno,

    e per risvegliare allo studio la mente?

    Allora facciamo ogni cosa serenamente

    che tutto diventa più bello:

    oggi un fiore e un pastello

    domani un racconto

      e una conchiglia.

    Poi fai conto

    che se oggi si sbaglia

    domani si farà una conquista

    e vedrai che ci rimetteremo tutti in pista.

    Ciao scuola, ciao scuola mia

    anche quest’anno, sei pronta

    a lasciarci la tua buona impronta

    prima che il tempo voli e da te ci riporti via?

    Tosca Pagliari – settembre 2016

     

  • ADESSO ANCHE I GATTI SONO NATIVI DIGITALI

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    Si sono già visti gatti che giocano  con il tablet cercando di pescare pescioli o acchiappare topolini virtuali, ma non finisce qui.

    Il mio gatto riconosce il suo padrone durante una connessione  via Skype e si struscia contro lo schermo emettendo fusa incredibili. Poi inizia a muovere le zampe sul tappetino. Lo fa con quel modo cadenzato, che hanno i gatti di muovere le zampette, per esprimere affetto, come se stessero per impastare il pane.

    Il prossimo passo evolutivo sarà quello di riconoscere i tasti per avviare la conversazione?

    Certo che c’è da pensare!

  • ALTALENA

     

    swing

    Negli anni ho visto cambiare la mia pelle

    la luce nei miei occhi

    i riflessi nei miei capelli

    il sorriso sulla mia bocca.

    E i miei pensieri

    hanno litigato

    si sono rabboniti

    hanno rincorso nuovi desideri.

    E i miei sogni

    si sono scatenati

    si sono accontentati.

    E il mio spirito

    s’ è fatto guerriero indomito

    tempesta di mare

    aria ferma, acqua quieta.

    Di tutto, di tanto, di più di niente

    non so di che cosa si sia tinta

    questa vita scappata nel tempo.

    Dalla bambina che impara a guardare

    alla donna con lo sguardo breve

    all’alba, al tramonto

    al momento

    al ricordo

    alla pausa

    col fiato corto

    e il cuore in gola

    correndo al galoppo

    del tempo

    che va

    del tempo che dondola

    altalena su e giù

    fino alla fine

    del gioco.

    (Tosca Pagliari, agosto 2016)

     

  • IO SONO UNA SCRIVENTE UNA GIOCATRICE DI PAROLE

     

    Ecco l’ho ridetto: sono una scrivente. Non è un dispregiativo del termine scrittrice, non è un sinonimo, non è un contrario, per me è ” colei che scrive”. Il dizionario si limita a dire che scrivente è ” Chi scrive, soprattutto documenti, relazioni, lettere formali, scritture ufficiali”, mentre scrittore è “Chi si dedica all’attività letteraria: scrittore di romanzi, di commedie “.

    Poi scrivo anche molte poesie, ma il termine poetessa addirittura mi imbarazza, preferisco definirmi una giocatrice di parole.

    “MI PIACE QUANDO SUONO SUI TASTI LE PAROLE. MI PIACE LA MUSICA DEL DIRE CON LE DITA CHE GIOCANO TRA LETTERE E SEGNI SOLLETICANDO L’ANIMO STUPITO”. (Un mio pensiero)

    E come ho detto qualche tempo fa:

    “NON M’IMPORTA PERCHE’ SCRIVO, QUANTO SCRIVO, QUANDO SCRIVO, PER CHI SCRIVO, COME SCRIVO, COSA SCRIVO.
    SCRIVO PERCHE’ COSI’ RESPIRO. ” (Un mio pensiero)

    Siccome leggo anche tanto mi sono resa conto, secondo il mio modo di misurare le cose, che c’è gente che scrive molto meglio di me, come me e peggio di me anche se tutta questa gente va comunque indicata come scrittore o scrittrice, poeta o poetessa.

    Qual è la differenza?

    La differenza è che per fare la scrittrice non basta la stoffa del saper dire scrivendo, del saper comunicare sensazioni, del saper far sognare, del saper esprimere opinioni … e quant’altro si voglia tirare fuori con la scrittura creativa. Per essere una buona scrittrice ci vuole un talento comunicativo che vada oltre il libro. Ci vuole la forza d’attrazione del pubblico, il mettersi in campo, creare gli eventi, intessere reti relazionali. Poi c’è in primis il classico fattore editoriale che ho più volte trattato e che oramai ho smesso di tenere in considerazione. Comunque tanta ammirazione e un bell’applauso a chi sa fare lo scrittore o la scrittrice e meglio ancora il poeta o la poetessa, lo dico veramente senza  fare ironia.

    Io continuo ad essere scrivente così come ci sono i campioni di corsa e chi corre per il gusto di sentire il vento in faccia.

    E poi sostengo che ci sono tanti vizi, tante dipendenze compreso quello di scrivere

    IL VIZIO DI SCRIVERE

    Che bisogno d’eternità
    ha l’animo, la mente,
    la vanità
    d’eprimere,
    la necessità
    di svuotare il fermento
    dell’essere!
    Il vizio di scrivere
    quasi un bisogno
    di cibo per vivere.
    Il vizio di scrivere
    per far statue di parole
    con pietre millenarie.
    Il vizio di scrivere
    per fermare una diapositiva
    far circolare un’opinione
    condividere una questione.
    Il vizio di scrivere
    per mille necessità,
    un vizio incallito
    dal tempo dell’abecedario
    delle prime frasi sul diario
    sui banchi e sui muri,
    pigiando sui tasti
    rumorosi della prima
    dattilografia,
    davanti allo schermo
    di un computer moderno,
    volando tra realtà e fantasia.
    Ma non so se si può esser sicuri
    che sia tra i tanti
    di vizi quello più nobile
    e prezioso.
    Chissà forse è solo
    quello più altezzoso
    più pretestuoso
    che non vuol lasciare
    pensieri nascosti
    e parole volanti,
    ma solo l’ardire
    di distribuire a tanti
    il frutto di un io
    capriccioso
    col vizio di scrivere. (Una mia poesia)

     

    Questo è quanto stasera ho messo insieme per ribadire il concetto di me “scrivente e giocatrice di parole”.

    Dato che fa caldo e il caldo mi fa bollire le idee e luglio è il mio mese speciale di vancanza, così ho potuto divertirmi.

    Grazie a che avrà letto fin qui: che pazienza ci sarà voluta!

  • PALPITANTI UNIVERSI

     

    Palpitanti universi

    fluiti

    da legami infinti.

    Palpitanti universi

    uguali e diversi

    finiti nel mondo già nato

    smarriti

    nel caos organizzato.

    Palpitanti universi

    dispersi

    e soli

    tra miriadi di Soli

    d’idee e dubbi accesi

    sospesi

    tra l’eternità e la fine

    l’immensità e il confine.

    Palpitanti universi

    siamo noi

    palpitanti universi

     pullulano dentro di noi

    ed in silenzio esplodono

    lasciando  una scia nell’infinito

    una polvere di versi

    dove  chi s’inventa  poeta  passa il dito

    sperando di farne confortante dono.

    (Tosca Pagliari-giugno 2016)

     

  • EDUCAZIONE DI GENERE ( FIABE per bambini)

     

    A scuola si educa al concetto di uguaglianza cercando di eliminare gli stereotipi discriminatori tra maschi e femmine fin dalla più tenera età. Spesso si svolgono lezioni in merito e si attuano anche di progetti. Questi interventi sono definiti “Educazione di genere”. Per gli alunni più giovani ho inventato una fiaba cercando di utilizzare un linguaggio simbolico adatto alla loro età per veicolare il concetto dell’uguaglianza e delle pari opportunità per le donne e gli uomini. Se a qualcuno dovesse piacere può utilizzarla nelle varie scuole senza fini di lucro e mantenendo il nome dell’autrice Tosca Pagliari.

    Ecco una fiaba:

    “IL PRINCIPE PIUMETTO E LA PRINCIPESSA MENUCCIA”

    (FIABA di Tosca Pagliari)

     Nel fantastico bosco di Pariedispari vivevano i piùemeno. Erano una strana specie di folletti dove tutti i maschi indossavano magliette col segno più, cappucci celesti e pantaloncini, mentre tutte le femmine indossavano magliette col segno meno, cappucci rosa e  lunghe gonnelle. Questa era una legge che nessuno poteva cambiare.

    Nel bosco di Pariedispari c’erano molti alberi con grandi chiome e al centro del bosco c’era un albero altissimo senza chioma a forma di torre . Era l’albero dei fanciulli, quando raggiungevano l’età dei sei anni venivano messi a crescere nell’albero-torre. Le “menucce” ,cioè le femmine, stavano in cima alla torre , i “piumetti”, cioè i maschi, stavano in basso alla base della torre. La scuola nell’albero-torre prevedeva lezioni differenti. Le menucce dovevano stare sedute tutto il giorno a cucire, ricamare, rammendare; solo ogni tanto potevano alzarsi per cucinare, stirare, ripulire. I piumetti potevano uscire dalla torre per andare a calciare le pigne, correre, combattere e persino cavalcare gli oniricanti, strani cavalli alati per sorvolare il bosco e arrivare fino al mondo dei sogni.

    Per le menucce e per i piumetti la vita scorreva così, ma un giorno accadde una cosa strana. La regina dei piùemeno mise al mondo due gemelli: una menuccia ed un piumetto, ma dato che erano principi si differenziavano dagli altri perché il loro nome si scriveva con la lettera maiuscola. Così  Piumetto e Menuccia  crebbero insieme e divisero insieme le loro esperienze per sei anni. Il problema fu quando dovettero entrare nell’albero-torre. Piansero e si disperarono, ma come  tutti gli altri fanciulli dovettero accettare la loro sorte.

    La principessina  Menuccia cuciva e piangeva non perché si pungeva con l’ago, ma perché le pungeva il cuore al pensiero di non poter correre per il bosco e volare su un oniricante.  Il principino Piumetto tirava calci  alle pigne e gridava di rabbia, non perché si faceva male ai piedi, ma perché avrebbe voluto una cucina tutta per sé dove lui era lo chef e  poteva inventare ogni giorno un dolce diverso.

    Di questa stranezza se ne accorsero tutti e fortuna che erano figli della regina e del re, altrimenti li avrebbero portati a sperdere nella caverna scura per nasconderli agli occhi del mondo. Nessuno osava parlare chiaramente, ma tutti mormoravano. Allora il re e la regina decisero di fare arrivare un mago da lontano.

    Mentre il mago era in viaggio, i principini combinarono un bel guaio. La principessa Menuccia decise di trasgredire agli ordini e scendere dall’albero torre, contemporaneamente  il principe Piumetto pensò anche lui di fare di testa sua e salire  verso la cima. Si incontrarono a metà scala, si abbracciarono pieni di gioia e, sempre contemporaneamente pensarono di scambiarsi i vestiti, (del resto erano gemelli e le loro menti stavano sempre in comunicazione).

    Accadde che sulla cima dell’albero torre impartiva le lezioni una vecchia strega che si accorse subito del trucco e disse:

    “Non m’importa se sei un principe, hai trasgredito alle regole e dovrai pagare per questo! Volevi fare le cose all’incontrario ed io ti punirò mettendoti all’incontrario!”

    Così lo prese e lo legò con una corda e lo appese a testa in giù dalla più alta finestra dell’albero-torre.

    Poi aggiunse: “ E così rimarrai finché l’aria sarà aria e la terra sarà terra!”.

    Alla base dell’albero torre, impartiva le lezioni un vecchio stregone che si accorse anche lui del trucco e disse:

    “ Anche se sei una principessa verrai punita! Ti farò spuntare le mani al posto dei piedi e i piedi al posto delle mani così non potrai né correre, né giocare, come era stabilito dalla legge per le menucce. E così rimarrai finché il fuoco sarà fuoco e l’acqua sarà acqua!”

    Le giornate trascorrevano in modo terribile per il principe Piumetto e la principessa Menuccia, ma la notte potevano sognare e nel sogno s’incontravano. Il principe Piumetto sfornava un dolce dopo l’altro e la principessa Menuccia correva e calciava le pigne tirandole a segno dentro le buche.

    Poi una notte, evocato dal sogno in comune arrivò Sognoesondesto. Questo era il più bell’ esemplare di oniricante che si fosse mai visto: era nero, morbido e lucido come il velluto e aveva lunghe ali di seta color argento. Sognoesondesto poteva fare ogni cosa. Iniziò a galoppare velocemente intorno al bosco, così velocemente che tutto roteava come i panni dentro una lavatrice quando fa la centrifuga. Roteando velocemente ogni cosà sembrò impazzita. Tutto si mescolò, si scaldò, bollì, evaporò così che l’acqua spense il fuoco e il fuoco si fece vapore e poi diventò acqua; un vento portentoso sparse la terra fino al cielo e invase l’aria così l’aria divenne terra e la terra divenne aria. E si ruppe l’incantesimo! Il principe Piumetto fu sciolto da quella terribile posizione e la principessa Menuccia riebbe mani e piedi al loro posto.

    Intanto era arrivato anche il mago da lontano. C’era stato tanto perché aveva viaggiato col peso di un grosso libro. Era il suo libro delle magie dal lungo titolo “Pensa-rifletti-bene-che-a-tutti-conviene”. Al cospetto del re e della regina lo aprì e lesse la magia:

    “Più e Meno,

    ingiustizia e veleno

     piumetti e menucce

    maschietti e femminucce

    diversi di forma

    uguali di norma

    la norma è nella legge

    la rispetti chi legge!”.

    Con questa magia il bosco di Pariedispari divenne il bosco di Paripari  dove piumetti e menucce facevano quello che piaceva loro fare. Furono abolite le magliette col più e col meno e tutti indossarono una maglietta col segno uguale e per il resto si vestirono come più gli piaceva  vestirsi. La principessa Menuccia divenne una campionessa di calcio alla pigna e il principe Piumetto un grande cuoco. 

    E vissero tutti uguali, felici e contenti.

    (Tosca Pagliari 7 maggio 2016)

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    Ecco un’altra nuova fiaba, anche questa può essere utilizzata senza fini di lucro e mantenendo la paternità (o si dovrebbe dire maternità?) di Tosca Pagliari.

    “BECCHI ROSSI E BECCHI AZZURRI”

    (FIABA di Tosca Pagliari)

    Nel paese di Paperiquack vivevano paperotte tutte rosse chiamate becchi-rossi e paperotti tutti azzurri chiamati becchi-azzurri.

    Le paperotte becchi-rossi stavano giorno e notte dentro il recinto ed erano sempre indaffarate avanti e indietro a cercare chicchi e granaglie varie, poi dovevano tenere sotto controllo i piccoli che scappavano di qua e di là e, quando sembrava che avessero finito, dovevano mettersi a covare le uova rosse e azzurre dalle quali poi nascevano altri becchi-rossi e becchi-azzurri.

    I paperotti becchi-azzurri al mattino  uscivano dal recinto, sguazzavano la maggior parte del tempo nello stagno per pescare bacche acquatiche e molluschi; andavano anche a caccia di larve e insetti. Un po’ del cibo che si procuravano lo mangiavano loro, ma la maggior parte lo portavano nel recinto per sfamare  tutto il resto della famiglia e i pulcini tutte le sere li attendevano trepidanti.

    Le paperotte becchi-rossi si lamentavano del loro faticoso lavoro dentro il recinto e avevano da ridire sul fatto che i becchi azzurri se la spassavano fuori dal recinto e potevano persino sguazzare nello stagno.

    I paperotti becchi-azzurri dal canto loro si lamentavano pure perché le loro compagne becchi-rossi potevano starsene all’asciutto a giocare con i piccoli mentre loro dovevano passare tutto quel tempo in acqua e lontano dalla famiglia.

    Una becco-rossa più impertinente andò da Becco-doro, sovrano dei paperi, e gli chiese:

    _ Perché i becchi-azzurri sono privilegiati?

    Ma, mentre Becco-doro stava per rispondere, sopraggiunse anche un becco-azzurro piuttosto arrabbiato che disse:

    _ No, non siamo noi i privilegiati, ma loro coi becchi rossi! Noi poveri becchi-azzurri …

    Becco-rosso non lo fece finire di parlare e gli balzò addosso ferendolo a beccate e, per difendersi, becco-azzurro si mise a dare beccate anche lui. Ci fu un bel parapiglia a colpi di becco, qua qua qua scatenati e piume che volavano in aria.

    Il re, furibondo, chiamò le guardie e fece condurre i prigionieri nel pensatoio dicendo:

    _ Starete lì dentro finché non avrete trovato una soluzione pacifica.

    Il pensatoio era una gabbia sospesa in un pozzo umido e buio. Dopo tre giorni di pensatoio, becco-rosso e becco-azzurro avevano fatto la pace e avevano deciso di andare a consultare una fata per risolvere la questione. Così il re li liberò.

    Becco-rosso e becco-azzurro si recarono dunque dalla fata Accorda-e-vinci e le raccontarono le loro ragioni. Dopo averli ascoltati la fata disse loro:

    _ Portatemi tutte le vostre uova e troverò la soluzione.

    Becco-rosso e becco-azzurro andarono e tornarono con ceste stracolme di tutte le loro uova e, attenti a non romperne neanche una, le depositarono davanti alla fata Accorda-e-vinci. Subito la fata agitò la bacchetta magica iniziò a dire:

    “Bacchetta mia bacchetta

    la legge sia perfetta

    una volta per uno

    non fa male a nessuno”.

    Poi riconsegnò le uova al paperotto e alla paperotta che se ne tornarono a casa mogi mogi senza aver capito nulla e convinti che tutto fosse rimasto come prima.

    Ma dopo una settimana le uova si schiusero e magia! E meraviglia delle meraviglie! Erano nati incantevoli pulcini tutti quanti di colore viola!  Emanavano anche una luce viola, che illuminando  becchi-rossi e  becchi-azzurri faceva diventare viola pure loro.

    Così non ci fu più alcuna differenza e da allora in poi,  a turno, tutti si scambiarono i lavori e le responsabilità. Maschi e femmine diventarono bravi a saper fare ogni cosa e si davano pure il cambio a covare i bellissimi pulcini.

     Ancora oggi vivono tutti viola felici e contenti.

    (Tosca Pagliari – 9 maggio 2016)

     

  • LA MAESTRA

    La maestra:

    porta, finestra

    aula, banchi,

    quaderni, fogli bianchi,

    libri, diari,

    materiali vari.

    La maestra:

    porta, finestra

    registri, riunioni,

    programmi, discussioni,

    materia burocratica

    da mettere in pratica.

    La maestra:

    porta, finestra;

    porta del cuore finestra degli occhi

    materia che senti e non tocchi.

    Sguardi, movimenti,

    parole, coinvolgimenti,

    proteste, lamenti,

    risate, indolenze, agitazioni

    tristezze, paure, emozioni,

    segreti, mancanze

    distanze.

    Toni bassi , toni alti

    toni sovrastanti

    ritmi incostanti.

    La grammatica

    la matematica

    la geografia

    e la storia

    la pratica e la teoria

    il contenuto e la grafia …

    E la maestra

    colpi di bisturi

    con mano destra

    con mano maldestra

    con gesti tremanti, con gesti sicuri

    colpi di bisturi

    ad animi lievi

    di allieve e allievi

    solchi aperti da riempire domani

    quando già saranno lontani.

    E la maestra:

    porta,

    finestra

    cos’è che poi importa

    cos’è che poi  si apre

    e che poi resta?

    Quanto pesa dentro lo zaino la maestra?

    E quanto insegna, quanto impara e quanto sbaglia

    la maestra?

    (Tosca Pagliari – aprile 2016)

     

     

     

     

     

     

     

  • MISCELLANEA di Raffaele Russo

    CopertinaCon  “MISCELLANEA” di Raffaele Russo, tra prosa e poesia, la mente può compiere  quel viaggio della lettura che apre panorami di sentimenti, immagini, idee.

     

     

    ” Conosco Raffaele Russo attraverso i suoi scritti. L’ho incontrato per caso tra le pagine del web nel 2008, anno in cui, autrice esordiente, andavo a ricercare nei vari siti autori nuovi con cui interagire. Avevo aperto da poco anche un blog, su cui pubblico tutt’ora argomenti vari ed opere personali, e m’incamminavo in quella realtà virtuale con curiosità ed impegno. In una rubrica on line di libri scoprii “Una manciata di bristulini” di Raffaele Russo. Compresi che era il mio genere, acquistai  il libro e lo  lessi con entusiasmo. Ebbi, in seguito, modo di contattare l’autore su una rubrica on line e fu così che Raffaele Russo approdò sul mio blog, divenendo talmente assiduo da essere soprannominato “il guardiano del faro”.

    Adesso è con grande emozione che mi accingo ad esprimere il mio pensiero in merito alla sua nuova opera “Miscellanea”.

    L’opera si divide in più parti ed il lavoro inizia con una  prosa: “I luoghi della memoria” .

    La descrizione di questi luoghi è così mirabile nella precisione dei dettagli da sembrare una sorta di raccolta fotografica del pensiero e, là dove s’intreccia con il ricordo dei fatti, diventa uno scrigno dell’animo che si apre per afferrare l’essenza dell’essere e si richiude presto per custodire il rispetto della memoria. E’ una prosa senza fronzoli  dove ogni parola è studiata e curata per dare armonia e chiarezza al contenuto. L’artista si fa artigiano e perfeziona scrupolosamente il prodotto del suo ingegno.  Non c’è alcun divagare, alcun elemento superfluo, è solo un guardare la vita a ritroso quasi con lo stupore del fanciullo che la scopre per la prima volta. La natura sembra conservare quel fascino primordiale del grande spirito che si manifesta con forme, colori, odori e suoni, ma che resta pur sempre un grande arcano, una meraviglia imperscrutabile, qualcosa di trascendentale e selvaggio al tempo stesso .

    “Caleidoscopio” è una raccolta poetica varia ed intensa. Le immagini qui non sembrano più fotografate ma dipinte, sono pennellate di sentimenti , emozioni, riflessioni.  Lo stesso autore ne dispone alcune come quadri raggruppandole in trittici e polittici. Ogni poesia è un viaggio interiore, che si snoda in un percorso senza cronologia come pensieri che si accendono improvvisi senza limiti di spazio e di tempo. Lo stile è sempre raffinato, composto, colto e semplice al tempo stesso. Attraverso la musicalità delle parole il poeta  cerca un senso in ogni aspetto della vita.

    In “Chiese” ritroviamo la prosa in uno spazio architettonico che diventa spazio dell’animo. Crepuscoli d’interni ed abbagli d’ esterni, giochi di luci ed ombre quasi metafore in una narrazione di vita tra il mistico e il profano. Sono chiese che da edificio si fanno grembo,  mentre i silenzi sono in grado di comunicare tra presenze umane e marmoree.  E’ un andar per chiese a scoprire l’arte e la spiritualità dei luoghi, ma soprattutto  a cercare la chiave di un grande mistero. Seguendo questi itinerari si ha la sensazione di un continuo entrare ed uscire in spazi reali e  in spazi mentali, in spazi tangibili e in spazi rarefatti dove l’essenza umana  resta sospesa in un ineluttabile esistere tra molte domande senza risposte .

    In “Miscellanea”  si mescolano appunto le grandi capacità dell’autore che è la contempo scrittore, poeta, fotografo, pittore, scrutatore attento e sensibile dell’animo umano.” (Tosca Pagliari – commento presente anche nel suddetto libro).

     

    Buona lettura e buon viaggio, giunti alla meta avrete voglia di partire di nuovo, del resto un buon libro non si legge mai una volta sola.

  • MADRE

     

    Madre

    i tuoi figli

    li sputa il tuo ventre

    e il mondo te l’ ingoia

    mentre

    ancora cerchi

    di bimbi

    gli echi

    di gioia

    nelle vuote stanze

    tra nembi

    di distanze

    e nascondigli

    di paure ladre.

    (Tosca Pagliari – aprile 2016)