Author: Tosca Pagliari

  • DOLENTI FATTI DI DENTI RACCONTANO UNA VITA

    Dondolava un dente da latte, incisivo dell’arcata inferiore, e tanto lo smossi che lo estirpai anzitempo. Non ricordo se mi dissero di lasciarlo in pace e non lo feci o se nessuno si curò della cosa. Ci rimase un bel buco vuoto. Non c’era ancora il dente nuovo a fare cucù. Il buco si chiuse, i due incisivi si riaccostarono, chiusero lo spazio. Il dente nuovo quando si decise a venire fuori lo fece con grande dispetto e si piazzò ad uncino tra l’interno del labbro e la gengiva. Storto e fuori posto così era il primo dei permanenti, c’era già di che stare poco allegri, ma per fortuna non lo sapevo e non lo consideravo che insieme al dente mi si sarebbe storta la vita. Nessuno degli adulti che avrebbero dovuto prendersi cura di me valutarono la cosa. I bambini della mia cerchia non erano così attenti a certi dettagli, a scuola ci dovevo ancora andare. Poi caddero gli incisivi davanti dell’arcata superiore, quello credo sia stato un dramma per tutti i giovani umani, chi più e chi meno. Per me di più, sicuramente. Ne vennero fuori due denti più grandi di me. Il mondo si fece di denti preoccupanti e non lo smise più. A sette anni, mia madre, sotto insistenza di mia nonna, mi portò da un dentista in città. Ricordo la strana poltrona su cui mi sedettero, le dita inguantate e le lucine che mi ficcarono in bocca, le innumerevoli prove di “apri/chiudi” e poi il verdetto: “Bisogna portare tutto questo in dentro e tutto questo in fuori”. La mia faccia doveva dirigersi in due direzioni opposte e mi faceva così senso di strano. Parlarono tanto il dentista e mia madre, ma io non sentii più altro, stranita nei miei pensieri che pian piano volarono via. Di quel che doveva andare in avanti e di quel che doveva andare indietro fu riferito da mia madre a mia nonna, la quale sapeva già del volare del tempo, che a una certa età non sfugge a nessuno il volare del tempo. Così sentenziò che prima si provvedeva, meglio era. Ma mia madre, che già aveva i suoi guai, rispose che di tempo ce n’era anche troppo e che anche lei aveva avuto un dente fuori posto e che se l’era dovuta aggiustare spingendolo insistentemente col dito giorno dopo giorno. Fu allora che il mio più grande passatempo divenne quello di mettermi le dita in bocca in qualunque momento e non solo, ma anche penne e matite con grandi richiami della maestra. I compagni iniziarono a chiamarmi “Topo Gigio” ed io, che adoravo qual pupazzo animato che si vedeva in TV, ne imitavo con fierezza la voce altalenante tra i toni acuti e gravi. Poi un giorno la maestra, che era una monaca, se ne accorse di questo nomignolo e si arrabbiò con tutti i bambini della classe e anche con me che accondiscendevo. Ci disse che i soprannomi che si rifacevano ai difetti fisici non andavano bene e che poi diventavano un marchio, quindi guai a tutti se non la si smetteva. Così finì Topo Gigio che inconsapevolmente era diventato oggetto di bullismo, ma allora tale termine non era entrato neanche in uso. Invece, se prima mi ero tanto divertita e avevo pensato di essere simpatica ai miei compagni di scuola, che ridevano contenti delle mie imitazioni, improvvisamente provai una grande vergogna dei miei denti definiti difetto fisico e non attributo da simpatico pupazzo animato.

    In seguito una giovane signora che abitava vicino casa mia mi disse che quei denti mi stavano benissimo, che erano la mia forza, la mia personalità che non poteva immaginarmi diversamente perchè avrei perso d’importanza. Mi sembrò un compassionevole tentativo per cercare di consolarmi e me ne dispiacqui ancora di più.

    Quando raggiusi i tredici anni d’età mia nonna disse che così non andava per niente bene e su quei denti si doveva intervenire che altri difetti non ne avevo e sarei potuta essere una giovinetta molto graziosa. Ci scommise cinquantamila lire al mese della sua pensione sulla tecnologia ortodontica dei primi anni Settanta. Li spediva puntualmente ogni mese alla zia che da qualche anno mi teneva con sé. Mi misero un apparecchio mobile che con una chiavetta si apriva dal palato allargandosi sempre di più mentre un filo color dell’acciaio m’incoronava tutta l’arcata superiore. Parlavo come se avessi una patata in bocca, ma tutto sommato era abbastanza “fico”, come si direbbe oggi, in abbinamento ai capelli a caschetto, le camicie a fiori e i jeans a zampa d’elefante. Poi a scuola quegli affarini in bocca ce li avevano tutti i figli dei benestanti quindi sarebbe stato tutto ok. Tuttavia non mancava la cugina scettica sul fatto che certi denti “mostruosi” potessero aggiustarsi, la ragazzina della porta accanto che faceva notare che al dente di sotto ad uncino non si stava facendo nulla. Intanto nei mesi successivi i dentoni davanti rientravano allineandosi con gli altri, la faccia continuava a crescere e non sembravano più così tanto grandi. C’era d’andare ogni mese dal dentista; mi avevano insegnato la strada; ci andavo da sola o tutt’al più con la cugina che da scettica si era fatta curiosa. Ora non so di che professionalità fosse quel dentista di cui ricordo ancora perfettamente il nome, ma che sarà da tempo già sparito dalla faccia della terra. Non lo so, ma me lo chiedo. Ad un certo punto l’apparecchio iniziò regolarmente a rompersi sebbene lo trattassi allo stesso modo. Quindi doveva essere rinviato al tecnico e per qualche settimana restavo senza coi denti pronti a regredire alla situazione di partenza. Fu un andirivieni snervante tra una versione di greco e di latino lasciata per aria. Il dentista parlava a lungo al telefono col tecnico e una volta lo sentii dare appellativi poco piacevoli ai miei denti. Mio malgrado dovetti guardarlo così male che si scusò dicendo che ne aveva approfittato per parlare di un altro caso e non del mio. Fatto sta che smisi di andare dal dentista e nessuno se ne curò. Quando i denti s’imbruttirono di nuovo mi rinfacciarono solo che “peggio per me che non ero più andata dal dentista”, compreso mio padre che una volta alla settimana veniva a trovarmi . Divenne una colpa mia l’inesperienza del dentista e il lassismo di chi mi doveva tutelare. Intanto mia nonna, che aveva pagato tutta la cifra, non poté rivedermi per molto tempo visto che ero finita molto lontana da lei. Quando anni dopo poté farlo i miei denti non erano più neanche l’ultimo dei suoi pensieri.

    Per fortuna la giovinezza andò avanti e, anche se ridevo grottescamente a bocca chiusa e cercavo il più possibile di prendere posa a labbra serrate, il resto di me andava molto bene. Pedalavo lunghe ore in bicicletta, praticavo sport, correvo, mangiavo di tutto ed ero in perfetta forma. Ci fu il tempo dei corteggiatori e del primo fidanzato che poi divenne la figura più importante di tutta la mia vita. Ci furono gli anni degli studi, dei balli, delle beghe amorose, dei pianti, dei sogni, delle disillusioni, delle paure, delle sfide…nel frattempo i denti se ne andavano per conto loro. Ogni tanto qualcuno con poco tatto me lo faceva notare, qualcun altro lo rilevava come una ineluttabile storpiatura alla quale mi ci dovevo rassegnare, qualcun altro ancora continuava a ripetermi che peggio per me che non mi ero fatta curare per tempo. C’era poi chi chiedeva, invece, come mai nessuno se ne fosse mai preoccupato di aiutarmi a risolvere la situazione. Avevo venticinque anni e mi sentivo condannata a restare così, pensavo che un giorno me li sarei fatti togliere tutti e fatti rimettere finti e perfetti. Quando, tra storie infinite di prendi e lascia, lascia e prendi, il fidanzato si decise che era ora del matrimonio mise, come clausola indispensabile per la mia presentazione alla sua famiglia, il rifacimento dei denti. Forse oggi, col senno di poi, l’avrei mandato a quel paese, ma allora mi sembrò solo una cosa molto triste e molto necessaria da fare. Per fortuna, dico inoltre, perché in fondo non rimpiango nulla del marito che fu per me e della meravigliosi figli che ebbi.

    Il dentista disse che era abominevole pensare di togliere tutti di denti ad una ragazza per metterne dei finti, ma che si poteva recuperare il tutto con un intervento correttivo. A venticinque anni mi sentivo già oramai troppo vecchia per un intervento del genere, invece mi furono assicurati ottimi risultati. Mi tolsero il famoso dente dente ad uncino e qualche premolare che fra l’altro, data la trascorsa mancata volontà di frequentare dentisti, si era irrimediabilmente cariato. Questa volta l’intervento fu molto mirato, anche se dopotutto un po’ tardivo lo era comunque. Tra apparecchi mobili, cuffie e un apparecchio fisso alla fine il risultato fu per me strabiliante. Avevo denti perfetti, tutti di una misura, allineati con una chiusura che non mi faceva più penare per cercare le mille pose più comode per riposare la bocca. Sorridevo finalmente vestita da sposa ed ero così felice. Insieme ai denti mi si era aggiustata la vita. Fu così che ne feci una filosofia: per essere felici bisognava ridere, per ridere bisognava avere denti perfetti; se i denti erano perfetti tutto poteva continuare ad andare perfettamente altrimenti …

    Arrivarono i primi figli, misero e persero i denti, spuntarono i loro denti nuovi. Attentissima alle loro bocche li riportai dallo stesso dentista dei miei venticinque anni. Va e vieni tra una visita e l’altra, tra un apparecchio e l’altro i loro denti si aggiustavano e la vita scorreva tra mille problematiche economiche. Intanto i miei di denti avevano deciso di rispostarsi ancora una volta, non avevano ripreso la piega iniziale, ma l’occlusione era di nuovo in crisi e i mal di schiena collegati non erano affatto piacevoli. Le cose dal punto di vista lavorativo di mio marito andavano molto male, io, per assecondare le sue scelte passate, non avevo un lavoro sicuro, i denti si storcevano, la vita si faceva di nuovo amara. A costo dei più grossi sacrifici si dovevano riaggiustare i denti. Era la mia filosofia, non potevo fare altrimenti. Davo già qualche ripetizione per raggranellare qualcosa e le intensificai a più non posso. Avevo trentasei anni e di nuovo un apparecchio fisso in bocca, intanto studiavo anche per cercare di superare dei concorsi.

    Mi tolsero l’apparecchio: i denti erano di nuovo uno splendore, avevo superato un concorso da insegnante, stava per nascere un altro figlio, la vita si riaggiustava!

    Avevo cinquantaquattro anni, facevo l’insegnante, mio marito aveva trovato un ottimo lavoro, i figli più grandi si stavano laureando, tutto perfetto, più perfetto che mai. I miei denti invece stavano nuovamente cambiando assetto, non erano quelli dei venticinque anni e neanche quelli dei trentasei, ma li vedevo, che erano lì che cominciavano a non chiudere più bene, che stavano per riapparire niente affatto gradevoli. Nonostante non avessi mai smesso negli anni di portare un apparecchio di contenzione loro lanciavano un allarme. Ebbi paura, una paura irrazionale eppure certa, paura che la vita mi si rovinasse di nuovo. Non andai subito dallo stesso dentista incontrato a venticinque anni e che mi aveva salvato la vita ripetute volte. Era passato troppo tempo dall’ultima volta e per andarci dovevo fare molta strada. Negli anni, per i controlli d’igiene orale di routine, mi ero affidata ad un dentista più vicino a casa, il quale si era preso cura anche della dentizione dell’ultimo dei miei figli. Feci così e sbagliai. Sbagliai perché il dentista non tenne in seria considerazione un intervento ortodontico alla mia età, o forse perché non conoscendo bene la storia pregressa dei miei denti non capì bene come intervenire. Fatto sta che vedevo i denti che non si aggiustavano, anzi li vedevo quasi peggiorare. E peggiorò così tanto la mia vita che mio marito da lì a poco morì.

    Quel che accadde intorno e dentro di me non lo voglio neanche commentare. Desideravo però rimettermi in forze per non abbandonare anch’io i miei figli così pensai che dovevo per prima cosa ripartire dai miei denti e aggiustarli. Mi rimisi in cerca del solito dentista che riuscì con molta perizia ancora una volta a riposizionare la mia dentatura. Sebbene nulla fosse più come prima, in tutti questi anni ho ritrovato la forza di andare avanti e di sorridere alla vita.

    Tra poco compirò sessantasei anni. C’è stata la pandemia ed il look down. Mi sono riaffidata ad un altro dentista vicino casa. Ho dovuto, lo scorso anno, cambiare due capsule a dei molari. Da allora i denti si sono scombinati nuovamente. Non trovo pace a chiudere bene la bocca, non trovo pace dentro di me, mi guardo allo specchio e non mi piaccio. Sebbene accetti la mia senilità non accetto i miei denti. Il famoso dentista risolutivo di tutti i miei guai, a causa del look down, ha deciso che era il momento di andare in pensione. Tutti gli altri mi convincono poco, non mi conoscono, non conoscono gli incastri particolari della mia bocca e delle mie emozioni. I costi per me sono molto elevati e i risultati dubbi. Tra poco andrò in pensione anch’io e sarà una pensione da poco anch’essa.

    Vedo la vita che mi si rovina di nuovo insieme ai miei denti. Soltanto che adesso siamo a capolinea, il futuro si fa breve e le speranze non sanno nemmeno di che tingersi.

    Ieri nello studio dentistico di quel dentista andato in pensione, il nuovo dentista giovanissimo e molto garbato, dopo avermi controllato mi ha riferito che mi avrebbe fatto visitare dall’ortodontista . (Premetto che mentre in passato una sola figura professionale era in grado di curare e correggere i denti, adesso pare che si debbano necessariamente settorializzare.) Così mentre lui, in un’altra stanza, gli esponeva il mio caso, ho sentito una voce che rispondeva perplessa dicendo: -” Ha quasi sessantasei anni e vuole fare un intervento ortodontico!”

    Sì, ho quasi sessantasei anni e vorrei i miei denti composti per sentirmi bene a questo mondo finché mi è dato di starci. Lo so che qualcuno avrà da ridere adducendo a mille altre peggiori disgrazie altrui e ciò non toglie la mia comprensione verso i suddetti casi. Ma ciò non toglie neanche che ognuno gioisca o patisca per quel che ha o non ha.

    Io non ho i denti in asse, la mia bocca frana, la mia filosofia mi attanaglia e la mia vita mi appare da spavento. Che mi succederà stavolta di brutto se non salvo la mia dentatura?

    Tosca Pagliari

  • BUON CARNEVALE

    Buon Carnevale

    a chi si sente strano

    a chi si sente normale

    a chi si sente male

    a chi si sente sano

    a chi la maschera ce l’ha

    sempre in dotazione

    a chi la mette in qualche situazione

    a chi invece ci mette sempre la faccia

    anche quando par che dispiaccia.

    Buon Carnevale a grandi e bambini

    con molti salti e pochi inchini

    con molta pazienza

    e misurata riverenza.

    Buon Carnevale che oggi c’è

    poi tutto fugge e più non è.

    Tosca Pagliari (febbraio 2023)

  • LA MIA BAMBINA

    Da tanto tempo che ti allevo

    sei sempre come già ti vedevo.

    T’immagino tra i miei alunni

    come loro hai dieci anni.

    T’immagino in buffe mosse

    con gli occhi verdi e le trecce rosse

    lentiggini spruzzate

    su gote arrossate

    il naso in aria e pensieri misteriosi,

    silenziosa, amante dei riposi.

    Ti vedo vestita con un grembiule

    a fiori arancioni

    rubato dal fondo del baule

    dalle più folli delle mie immaginazioni.

    Sei per sempre la mia piccina

    con quei sospiri e quella vocina

    così ammaliante che ottiene

    tutto quel chiede da chi ti vuole bene.

    Sei morbida e scontrosa

    docile e furiosa

    furba e diffidente

    per niente ubbidiente.

    Sei sostanza del tuo essere, ma io ti trasfiguro

    ti dipingo come credo sul muro

    del giardino della mia fantasia

    ti liscio gattina

    e ti coccolo bambina

    poi non so più quel che tu sia.

    M. M. M. ( Mamma, Maestra, Matta). Alias Tosca Pagliari ( febbraio 2023)

  • DI TUTTO QUEL CHE SUCCEDE

    Di tutto quel che succede

    la lingua ne fa prede

    e parla e sparla

    ma un’opinione deve darla.

    Dal tragico al banale

    dal collettivo all’individuale

    è tutto uno sguazzare

    dall’uno all’altro affare.

    Tutti colti, precisi, intelligenti,

    generosi, trepidanti, competenti

    a dare agli altri dei perfetti deficienti.

    Troppo rumore, troppa confusione

    intanto la natura segue la propria decisione

    rivelando che la sola grande verità

    è quella dell’umana precarietà.

    Tosca Pagliari ( febbraio 2023)

  • NUBI ROSSE

    Fasci di nubi rosse

    nel cielo blu più scuro.

    La notte si fa quadro

    non pioverà sicuro.

    Domani se lo fosse

    proverbio così ladro

    di certezza antica

    farei granché fatica

    a guardare in alto

    d’altro mondo il volto.

    Tosca Pagliari (gennaio 2023)

  • POESIA DISUBBIDIENTE

    Ha le regole la poesia dei poeti

    gioca invece

    fuori dagli schemi

    la poesia selvaggia

    con rime scarse

    senza conta

    di sillabe e strofe

    È la poesia di chi poco conta

    ma racconta

    sul filo dell’emozione.

    Sarà pure una canzone

    anche se stonata

    sempre di buona intenzione.

    Ma è cantare che mi piace

    come fa il vento

    che passa tra le frasche

    e non misura distanze

    né altezza di suoni

    eppure solletica dentro

    qualche sensazione.

    Sì, amo essere disubbidiente

    e cucire senza metro

    versi diversi

    avversi ad ogni statuto

    dove riversare il mio contenuto.

    Giocatrice di parole

    sono io

    lo dissi e lo confermo

    è questo il mio punto fermo

    Tosca Pagliari (gennaio 2023)

  • LA STRADA

    C’era una strada

    con tante porte

    tutte aperte

    da lì sbucavano

    tanti bambini.

    Le case degli uni

    eran degli altri.

    Andavano a giochi

    e pane acqua e zucchero

    seduti sugli scalini.

    Calzettoni bianchi

    ginocchia spellate

    nascondini tra cassapanche

    e mobili antichi

    risate sdentate

    cinquanta lire

    per un grosso gelato

    magliette imbrattate.

    La domenica profumo di talco

    scarpe lucide

    giochi composti

    giornaletti, figurine.

    Era una strada

    con tanto vocio

    senza né tuo né mio

    figli di tutti

    madri per tutti.

    Era una strada

    con tante porte

    la sera davanti ogni porta

    una bottiglia con accanto monete

    e al mattino il latte fresco

    era lì pronto per esser bollito.

    Fantascienza a volerlo rifare

    come ci si potrebbe oramai fidare?

    C’era una strada ed ancora c’è.

    Porte tutte chiuse

    nessun bambino in giro

    neanche a cercarlo apposta

    solo lunghe file di auto in sosta

    e silenzio ora che gli anni

    hanno ingoiato risate e pianti

    bisbigli e canti .

    Nel frattempo siamo progrediti

    e chissà ancora quanto lo saremo!

    Ci sarebbe da prenderci certi spaventi

    invece pare si stia anche contenti.

    Tosca Pagliari (gennaio 2023)

  • EPIFANIA DEL TEMPO PERDUTO

    Il tempo non torna

    tornano le stagioni

    il tempo no

    le stagioni sono tempo travestito

    tempo che va in scena

    con feste e ricorrenze

    ma il tempo vero

    non lo riprendi più

    oramai è perduto.

    Solo i ricordi

    te ne riportano frammenti

    quelli che ti scegli

    che richiami

    e ti rispondono

    con film nella testa

    ma anche quello

    è tempo finto

    solo pietosa consolazione.

    Il tempo non torna

    per nessuno

    deboli e potenti

    nessuno ha più forza

    del tempo

    che ingoia e polverizza.

    Ci sentiamo solo

    più eterni di una mosca

    eppure non siamo neanche

    una goccia di stella.

    Il tempo non torna

    e non torna neanche chi il tempo

    se l’è già preso con sé.

    Voglio indietro

    sessanta Epifanie

    e una calza piena

    soltanto di tempo rigenerato.

    C’è una banca del tempo

    dove scambiare l’anima

    per Bitcoin di tempo?

    Che state inventando a fare

    realtà virtuali

    e dematerializzazioni?

    Siamo già un avatar

    perduto di noi stessi

    in un tempo

    che non torna.

    Tosca Pagliari (gennaio 2023)

  • UN ALTRO ANNO CHE VA

    Scola nell’imbuto

    del tempo

    un altro anno

    olio di vita

    che va

    e tu corri

    e conti

    in punta di dita

    processioni di date.

    Occhi puntati

    al futuro

    ma il passato

    lo vince

    che già

    c’è più tempo

    nel sacco

    di quanto ormai

    possa arrivare

    col nuovo pacco.

    Era ieri

    che era

    diverso il bilancio

    com’è che un respiro

    ha spazzato

    così tanto slancio?

    Eppure ancora

    festa si fa

    ad un altro anno

    che va.

    Tosca Pagliari ( dicembre 2022)

  • GATTA IN POSA SOLENNE

    Ti guardo gatta

    tutta compresa

    in una palla di pelo

    e ti vedo

    come cosa imponente .

    Tu che non sai di filosofia

    non hai religione

    né codici di leggi

    né mode da seguire.

    Tu che non possiedi

    alcun titolo, alcuna sostanza.

    Nulla .

    Nessun pregiudizio

    né simbolismi di parole.

    Tu che non conosci

    né arte né scienza.

    La tua unica cultura

    sta racchiusa

    in una modulazione

    di miagolii e fusa.

    Sei solo un essere esteso

    da muso a coda

    poggiato su quattro zampe

    che non sanno

    forgiare armi

    costruire centrali atomiche

    sventrare foreste

    avvelenare aria e acqua .

    Tu sei la bestia

    in posa solenne

    incurante e altera.

    Io ti guardo negli occhi

    e non mi fai entrare

    li socchiudi intermittenti

    come un segnale

    che rimane mistero .

    Tu sei la bestia

    e il mio dubbio resta

    se proprio il mondo

    avesse mai avuto bisogno

    di noi umani

    figli di divina creazione

    o di chissà quale evoluzione

    o profughi forse da altri pianeti.

    Ti guardo gatta in posa solenne

    e tu qui che ci fai?

    E io che ci faccio ?

    Tu non te lo sei chiesto

    e io non ho risposte.

    Tosca Pagliari